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PAOLO FACCHINETTI
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Pagina di PAOLO FACCHINETTI

biografia - mostre - critica

Paolo Facchinetti è nato a Nembro (Bg) nel 1953.
Nel 68/72 ha frequentato i corsi serali di nudo sotto la guida del prof. Mino Marra, presso l'Accademia Carrara di Bergamo.
Dal 1985 al 1989 frequenta lo studio del pittore Cesare Benaglia e il relativo Gruppo Artistico Valbrembo, che organizzava corsi di disegno, pittura e incisione.



2009
Quelli del gruppo Valbrembo 
- Biblioteca Centro Cultura Nembro, Nembro (Bg)
Idee per una collezione 
- Galleria L'Ariete, Ponte S.Pietro (Bg)
Odisse 
- Fabbrica, Chiuduno (Bg)
Viaggio nella materia e segno 
- Galleria 911, La Spezia
2008
Cristalli di Rocca 
- Galleria Civica Palazzo Borgatta, Rocca Grimalda (Al)
Personale
 Ritratti a inchiostro 
- Monastero del Lavello, Calolziocorte (Lc)
Selection of works from Biennale del Disegno di Pilsen 
Museum of West Bohemia in Pilsen,
Repubblica Ceca
Kinwanis a favore dell'infanzia
- Sala Manzù, Bergamo
I Verbi del Corpo 
- Villa Cernigliano, Sordevolo, Biella
2007
13x17 Mostra a cura di Philippe Daverio 
- Chiesa di Santa Cristina, Bologna
13x17 Mostra a cura di Philippe Daverio 
- Studio Mic, Roma
Geografie del Corpo 
- Galleria Marchina Artecontemporanea, Ferrara
auto biografie mostra personale
- Biblioteca Centro Cultura Nembro, Nembro (Bg)
13x17 Mostra a cura di Philippe Daverio 
- Berengo Studio, Murano (Ve)
2006
13x17 Mostra a cura di Philippe Daverio 
- Teatro Nuovo Montevergini, Palermo
Dettagli Unicità 
- Galleria Florilegio, Leno (Bs)
13x17 Mostra a cura di Philippe Daverio 
- Museo Michetti, Francavilla al Mare (Ch)
Mostra collettiva
- Galleria Marchina Artecontemporanea, Brescia
La donna come crocievia di culture 
- Centro Culturale Egiziano, Roma
13x17 Mostra a cura di Philippe Daverio 
- Museo Provinciale, Potenza
Deserto 
- Centro Culturale Egiziano, Roma
auto biografie mostra personale
- Collegio Raffaello, Urbino
13x17 Mostra a cura di Philippe Daverio 
- Politecnico di Milano – campus Bovisa, Milano
Prima vera donna 
- Garage By Fdv, Biella
13x17 Mostra a cura di Philippe Daverio 
- Chiesa di San Severo al Pendino, Napoli
…who’s it? …what’s it? 
- Galleria Petrarte, Pietrasanta (Lu)
auto biografie mostra personale
- Biblioteca Comunale, Bienno (Bs)
auto biografie mostra personale
- Centro Culturale “l’Orto degli Angeli”, Biella
2005
Art in deep endence 
- Galleria d'Arte 18
Bologna
Donn Art - 
Sala Consigliare del Comune di Nembro
Nembro, Bergamo
Arte Fiera di Padova
- Galleria d'Arte 18, Bologna
2004
Perchè ricordare? 
Nove artisti per la Giornata Mondiale della Memoria 
- "Sala Camozzi", Bergamo
21° Novembre Culturale
 - Tre artisti nella Sala "Cassa Rurale" 
Pradalunga, Bergamo
Personale
- Sala espositiva della ditta Arredamenti Valgandino
Gandino, Bergamo
2003
Personale
- Sala espositiva Palazzo Loup
Loiano (Bo)
Personale
- Sala espositiva della ditta Art Deco
Brescia
I segni del vivere 
Performance
- Sala Consigliare del Comune di Nembro (Bg)
2002
Collettiva
- Centro parrocchiale Berbenno (Bg)
Collettiva 
 11xl'11 unidici artisti per l'undici settembre
- Galleria Alisea Bologna
Invitato alla 31° rassegna di pittura del Comune di Vertova (Bg)
1998
Personale
Albino Antiquariato - "Galleria Ca' Gromasa"
Albino (Bg)
1997
Ritratti Immaginari 
- Libreria Voltapagina
Nembro (Bg)
Collettiva Permanente
- Radisson Sas Hotel
Bergamo
1996
Invitato alla 25° Rassegna di Pittura Comune di Vertova (Bg)
1995
Invitato alla 24° Rassegna di Pittura Comune di Vertova (Bg)
1994
Invitato alla 23° Rassegna di Pittura Comune di Vertova (Bg)
1993
Collettiva
Comune di Pradalunga
Bergamo
Arte per 
Bergamo
Pisa Open 93 
- Comune di Pisa
1992
Sport-Handicap 
- Galleria Fumagalli
Bergamo
1991
LineArt 
- Gent (Belgio)
Personale
- Galleria San Paolo
Bologna
Cromatica 
- Galleria d'Arte Cromatica
Ceriale (Sv)
1990
Personale
- Ex Convento di San Rocco
Carpi (Mo)
Personale
- Galleria Fumagalli
Bergamo
1989
2° Settimana Jazz 
- Centro Culturale San Bartolomeo
Bergamo
Arte Senza Confini 
- Galleria Fumagalli
Bergamo
Immagini e Segni 
- Galleria dell'Orologio
Bergamo
1988
L'Arte per l'Arte 
- Galleria Fumagalli
Bergamo
Personale
- Galleria Hatria
Bergamo
Free Art 
- Nembro (Bg)
Settimana Jazz 
- Centro Culturale San Bartolomeo
Bergamo
1987
Pittori Bergamaschi in Santa Maria 
Nembro (Bg)
1986
Premio d'Arte Città di Breno
Breno (Bs)
1985
Premio d'Arte Città di Breno
Breno (Bs)
1983
Personale 
- Atrio Modernissimo
Nembro (Bg)
1973
Personale
- Galleria Boliv-Art
Jesolo (Ve)
1972
Personale
- Galleria S. Nicola
Nembro (Bg)


Paolo Facchinetti è nato a Nembro (Bg) nel 1953.
Nel 68/72 ha frequentato i corsi serali di nudo sotto la guida del prof. Mino Marra, presso l'Accademia Carrara di Bergamo.
Dal 1985 al 1989 frequenta lo studio del pittore Cesare Benaglia e il relativo Gruppo Artistico Valbrembo, che organizzava corsi di disegno, pittura e incisione.


Timbri

I segni sono i rappresentanti di un bipolarismo artistico che si può ben dire avere le sue radici in quelle inquadrature veloci e a tratti improvvisamente fermate di Gerhard Richter, artista tanto caro a Paolo Facchinetti in quanto uno dei pilastri portanti della sua crescita e del suo gusto personale. 
Lo scontro tra fazioni diverse sembra essere una costante nella vita artistica del nostro protagonista. Il suo viaggio nel fare arte pittorico che ormai dura da 30 anni ha conosciuto diverse “fasi”, svariate sperimentazioni ed anche contraddittori percorsi verso quella che è oggi la sua arte.
In quel bipolarismo artistico sopra citato risiedono gli studi tecnici e le empatie umane che il Nostro ha vissuto durante la sua vita artistica e non. Quando la vista di un’opera di Francis Bacon suscitava domande e sviscerava sensazioni e quando la contemplazione della perfezione richteriana sembrava non lasciare altra via d’uscita per il fare arte. 
Paolo Facchinetti decide di non privarsi di nessuna di queste visioni innovative, le assolutizza in una poetica nuova, personale ed innovativa. Gioca con l’insofferenza umana di Bacon e l’illusione ottica di Richter, i due grandi pilastri del Novecento che lo hanno segnato profondamente.
L’esplosione, la disgregazione, lo sfaldamento della figura e dell’essere umano; della sua fragilità; del suo essere e non essere parte del cosmo. L’uomo visto non come un qualcosa di unitario, ma come se fosse l’insieme di tante piccole incertezze e dubbi e angosce.
Giustamente V. Angelini sostenne che “ […] il segno di Facchinetti traduce in forma non tanto il soggetto o una figura particolari bensì la dimensione della sua esperienza e conoscenza, il suo sentire interiore […] “.
La ricerca come continuo memento dell’essere un artista che non si può accontentare dell’immagine statica che ha davanti a sé. Ed è un percorso che si caratterizza per una forte particolarità che distingue il suo cammino rendendolo personalissimo.
Bacon deforma, Facchinetti sfalda. Più romantico di Richter e meno drammatico di Francis.
Ma la sua arte non è nemmeno solo questo. I colori, le forme, gli angoli prospettici, i gesti resi immobili dall’acrilico che si asciuga; l’arte vista semplicemente come un gioco ottico, come un complimento estetico nei confronti della vita. La pittura diventa illusione e per rappresentare un personaggio, la realtà o un amico si rende fondamentale. 
L’illusione e la realtà, altre due componenti del bipolarismo di Facchinetti. Ma nel suo universo queste due facce della medesima medaglia non sono in lotta fra loro, una non esclude l’altra, anzi. Convivono, si fanno forza e si giustificano vicendevolmente.
Così il ritratto di un personaggio immortale per la musica jazz può nascere subito dopo aver concluso un’opera astratta nelle tonalità del blu e del nero; oppure entrambi i soggetti possono rendersi complementari e dividere la scenda di un quadro.
Come nel passato anche in questa nuova fase sembra che l’evanescenza abbia un ruolo fondamentale. Il binomio da sempre esistente nell’arte del Facchinetti non viene negato nemmeno in questo nuovo step della sua crescita artistica: presenza, ma soprattutto assenza. Le figure nascono non tanto dai timbri, ma dalla loro mancanza. Gli spazi liberi sono fondamentali per la figura stessa.
Un’arte del togliere. Michelangelo sosteneva che la vera scultura fosse quella "per via di togliere". Senza fare paragoni forse insensati o cronologicamente impossibili, prescindendo dal fatto che qui si tratta in modo univoco di pittura, non mi sembra un caso che Il Grande Artista italiano sia uno dei punti di riferimento per il Nostro che spesso definisce le sue opere non con l’aggiunta di dettagli, ma cancellando. In questo senso il suo intervento in negativo può essere visto come una rielaborazione in chiave contemporanea e personale del principio michelangiolesco.
Lascia spazio agli sfondi, alle campiture mono-cromatiche; da’ voce ai “vuoti” delle forme e delle figure. Figure in negativo, definite dal non-esserci piuttosto che da quello che c’è.
Nella serie dei Timbri l’immagine ha una riconoscibilità impressionistica.
Osservati da vicino si assiste ad un’esplosione di forme nel bianco, nel nero e nel mono-colore; allontanandosi la figura acquista una sua identità, una definizione. L’immagine non c’è. La figura è creata dall’occhio dell’osservatore, che guardando ne compensa la mancanza, proprio come succedeva per le opere francesi della seconda metà dell’Ottocento.
Con i Timbri si ha la deflagrazione completa dell’immagine, da un epicentro, come un tumulto, l’esplosione si espande verso colui che guarda. Si avvicina e lo abbraccia coinvolgendolo. 
Tuttavia il Nostro non rinnega i grandi pilastri dell’arte che hanno avuto un ruolo fondamentale per l’umanità artistica e per lui stesso. Prima si è accennato a Richter e anche alla disgregazione dell’immagine; come se la superficie crollasse ed il tumulto sfaldasse la figura e la scomponesse in centinaia di frammenti (i timbri). Tutte queste componenti hanno comunque un nucleo originario che sta nel cuore dell’immagine e dell’opera stessa.
Ma non era forse quel Vincent Willem van Gogh tanto innovativo quanto introspettivo, che componeva le sue figure con centinaia di pennellate che tuttavia avevano un centro da cui nascevano, che le generava?
Con Paolo la pennellata si è evoluta ed è cresciuta sperimentando nuovi mezzi e strumenti del fare arte, approdando al timbro di varia forma e misura.
Ma l’eredità e l’insegnamento dell’ormai “classico” pittore olandese si riscontra in quell’epicentro figurativo che da’ origine a tutta l’opera.
Un ulteriore sviluppo nella fase sperimentale dei timbri si ha quando dal fondo nero il bianco si fa strada prendendo il sopravvento. Si assiste ad un cambiamento repentino. Il bianco prevale sullo sfondo. Il vuoto acquista più importanza e sono il nero ed il colore, ora, a creare l’immagine. Come se si assistesse ad una trasposizione quasi in negativo dello sguardo del pittore.
Insomma, i timbri sono tutto questo; sono una sorta di sintesi di quello che è stato il percorso, la ricerca e la crescita di Facchinetti in ambito artistico.
Anna Facchinetti / ottobre 2009


PAOLO FACCHINETTI: COME AS YOU ARE.

"Il nostro primo tour europeo nel 1988 è stata un'esperienza durissima, ma non sono mancati anche dei momenti indimenticabili- in fondo, eravamo dei ragazzotti dell'estrema provincia americana che sbarcavano per la prima volta sul Vecchio Continente...
Non dimenticherò mai, ad esempio, di quella specie di Villaggio degli Gnomi nel quale abbiamo suonato in Austria: il pubblico era demenziale e continuava a chiederci "i classici del Rock", ma quel paesino tra le montagne era eccezionale, quasi irreale..." Kurt Cobain

L’ultima volta che avevo visto Paolo Facchinetti era stata quella sera del 24 ottobre del 1917 in cui gli austro ungarici e i tedeschi avevano sfondato il fronte dell’Isonzo a nord convergendo su Caporetto. Io e il Paolo eravamo li agli ordini del nostro Piero Badoglio, io semplice soldato d’armata del regio esercito, lui colonnello con meriti acquisiti sul campo nel conflitto italo turco di inizio 900. Ma il destino arrivò improvvisamente sottoforma di pallottola che finì nella mia chiappa destra, separandoci improvvisamente. Nonostante la nostra IV armata era accerchiata quelle pie delle nostre crocerossine dai culi magri e dai capelli impomatati di sapone di marsiglia e polvere, mi hanno fatto arrivare dritto all’ospedale militare di Udine. Ecco, da quel momento non vidi più il Paolo Facchinetti. Ci perdemmo di vista. Fino a quella sera di novembre del 2009… Molti anni passarono, dal nostro ultimo incontro come ben potete immaginare. Non vi dico la gioia, la felicità, l’emozione che persino i quattro cani randagi che girovagavano li attorno dimostrarono in quell’occasione. Era per noi un momento di profonda commozione. La cosa più curiosa è che dalla zona Carsica dell’est Italia della prima grande guerra, ci trovammo una sera a tu per tu li a Nembro, vicino al torrente Carso, e proprio in quell’occasione, il Paolo mi disse :te sto preparando un catalogo scrivi qualcosa sui miei quadri, tu che scrivi>>. Io colto in fallo laterale senza riuscire a fare una rimessa alla Filippo Galli dei tempi d’oro, dissi: ah ok.>> . Subito pensai, “cazzo ma che minchia scrivo?”. Quella sera del nostro ri-trovo, il Paolo molto astutamente mi portò a visitare il suo studio, una specie di appartamento ammodernato a mo di laboratorio con le funzioni anche di galleria espositiva personale. In ogni angolo quadri quadrini quadretti. E io pensavo “cazzo qua se devo scrivere qualcosa su di lui mi ci vuole una vita intera, devo fare la Treccani dell’arte del Facchinetti; una sorta di Treccanetti”. Per cui ora, di fronte a questo schermo, dopo la serata, i ricordi, i profumi, i colori, i volti, il Carso e tutta quella serie di particolarità che mi frullano per la testa dico: ma cosa stracazzo scrivo de il Paolo? Potrei dire della matericità dei suoi lavori, di questo riutilizzo dei colori ad olio in modo informale bloccati sul quadro somiglianti ad un pezzo di terra preso e messo lì, affinché morte non ci separi. Ma no, non posso. Io cazzo odio l’arte, non ce la faccio. Però ho detto al Paolo Ok. E se parlassi della barba del Paolo? Alla fine sarebbe come disegnare il torso del Laocoonte pensando alla schiena. Per cui per spiegare i quadri de il Paolo potrei parlare della barba. Ecco si mi sembra un’ottima idea dire che la barba de il Paolo è una di quelle barbe lunghe e vissute, imprigionata nel suo volto come ne i “ prigioni “ di Michelangelo ove il corpo umano affiora solo in qualche istante. E’ una di quelle barbe che quando mangi le lasagne ti rimane li il ragù e diventi nota folcloristica della giornata a ravvivare i conviviali domenicali dai cuori induriti causa smog metropolitano settimanale. Vedendo alcune foto nel suo studio in gioventù la portava lunga, così lunga che doveva svegliarsi un’ora prima la mattina per lavarla e quindi asciugarla. E’ una barba regale. Lo si intuisce, da come se la accarezza. E’ una di quelle barbe che vedi e a cui non puoi dire di no. Uno con una barba così, potrebbe avere il mondo ai suoi piedi come un re Serse, flagellava il mare per aver fatto crollare il suo stracazzo di ponte. Ma come posso farvi capire i quadri del Paolo se mi limito a questo. Forse sarebbe meglio veramente narrare di come egli si costruisca i telai da solo, oppure come passa da una perfetta sintesi figurativa nel rappresentare il corpo umano ad una più annebbiata visione di paesaggi nembresi dove la pittura ad olio si infrange tra il cielo e la terra; associando quest’ultima al duro lavoro dei campi, quello di una volta, non quello di adesso fatto su trattori con l’autoradio, quello che portava il contadino ad essere un certosino. Ecco, il certosino. Il Paolo è un certosino. Nel suo studio puoi trovare di tutto, ma allo stesso tempo tutto è al suo posto come se fosse una sorta di battaglia navale dall’esito scontato: “vuoi trovare una vite? Provo B2 … ecco colpita e affondata, trovo la vite sotto il tavolo.” Lo studio come dicono a Mestre se l’è fatto lui un pochéto ala volta. Ha tirato i cavi elettrici, ha fatto cambiare le finestre, l’ha arredato e l’ha modificato. Per anni ha avuto in affitto solo un piano. Alla fine la voglia di avere un rifugio per sfogare se stessi e il proprio io ha prevalso, perciò il tutto si è sviluppato su due piani. Il Paolo questo se l’è pagato vendendo fiori cinesi. Ecco si, questo è uno scoop giornalistico alla pari della Canalis che non la dà a Clooney: il Paolo a differenza del 90% degli artisti bergamaschi, non ha fatto il professore. Non ha avuto tutto quel tempo libero da dedicare all’arte. Forse è per questo che non si lamenta mai. Un professore, uno qualsiasi, dal più importante al meno importante si lamenta sempre. Il mio amico Beppe Agosti giustamente ha detto: ”ti lamenti perché non c’hai niente da fare, meno fai e meno faresti, indi per cui più ti lamenti”. Il professore, infatti, si lamenta di tutto: del ministro, del bidello e dei colleghi. Della moglie, delle lavagne, dell’armadio e degli studenti. Non per ultimo, quello più comunista si lamenta persino degli studenti stranieri, quasi a voler dimostrare la verità di chi dice che vi è una differenza tra idea e azione. Il Paolo per cui compra e vende fiori cinesi. Dice che gli manca poco alla pensione. Non appartiene di fatto a quella categoria di persone che è andata in pensione con quindici anni di contributi e che adesso fa pagare all’Italia il peso di una vecchiaia insostenibile. Il Paolo è riuscito a costruirsi quel piccolo eremo dove al pari di S. Francesco crea le sue opere in differenti stili e vari modelli. Dice lui: “eh me fo a chel che go oia. Quando voglio fare figurativo faccio figurativo, quando voglio fare un paesaggio faccio il paesaggio. Ecco mi sento libero così.” Secondo me è normale. Lui è come me: odia l’arte. Forse per questo la ama troppo al punto di continuare a cambiare tecnica e stile, un continuare a disinnamorarsi e riconquistarsi. Per farvi capire è come passare la vita con la stessa donna: devi per forza ogni tanto trovare qualcosa di nuovo. Per il Paolo l’arte è come una donna: un qualcosa di femminile ove continua in un profondo gioco erotico a intraprendere strade nuove con tecniche vecchie, oppure il contrario. E questo mi fa pensare alle foto da lui prodotte e successivamente ingrandite in stampa digitale e quindi di nuovo “affrontate” con gli acrilici e gli oli. La strada vecchia con qualcosa di nuovo. Il corpo vecchio con la novità. Ecco il corpo. Si intuisce fin da subito che Il Paolo è uno di quegli artisti in cui nell’ ipotetico dizionario dell’arte lo si trova sotto la voce “artista bergamasco”. Ha una perfetta lettura del corpo umano. L’ha analizzato con quella carne e quella lettura dei volumi che generalmente al liceo artistico statale di Bergamo te la inseriscono nell’opuscolo di presentazione della scuola stessa. Un figurativo che però allo stesso tempo si vende e si fa vendere. Non un segno gravoso, pesante grezzo in puro stile trattore valle orobica, ma qualcosa di pulito e definito nelle singole linee di analisi che vanno a comporre la figura. Ma cazzo basta parlare d’arte. Che palle ‘sta merda di arte. Del resto l’arte è merda. Piero Manzoni quando cagava in via fiori chiari e al posto di farla per terra la faceva nei barattoli era considerato un delinquente. [Forse proprio perché non la faceva per strada]. Ora i sui barattoli se li contendono a fior di milioni di euro. L’arte per cui è merda. Basta pensare ai quadri de il Paolo e a quelle piccole fotografie, ai disegni, allo studio e alla quantità industriale di colore che possiede al pari della fondazione Maimeri. Parliamo per esempio di casa sua. È soprannominata il vaticano. Non per altro è un enorme condominio che appena costruito eguagliava penso in termini di grandezza il piccolo stato all’interno di Roma. C’è per cui nella vita de il Paolo un qualcosa che lo lega alla fede. Ma a differenza dell’artista bergamasco per eccellenza [in effetti il Paolo nel’ipotetico dizionario degli artisti si troverebbe meglio sotto la voce – artista bergamasco/nembrese] il quale accompagna la propria carriera artistica con una continua lettura quotidiana della repubblica ed una ancor più convincente amicizia (attaccamento) verso qualsiasi bipede esponente della santa chiesa, il Paolo è rimasto fedele solo al suo condominio, quindi alla sua fede. E’ un po’ come dire non al denaro, non all’amore né al cielo. Ecco perché si riesce a capire come nella fragilità della pittura de il Paolo esista un’ indistruttibile fede nei confronti dell’arte. Ma non solo. Anche nei riguardi del suo paese. Mi ha detto, infatti,: “ eh fino ai trentacinque anni odiavo il mio paese, ma non ho mai avuto il coraggio di andarmene”. Il viaggio lo vedi ne il Paolo: deve solo togliersi gli occhiali e guardando i suoi occhi dritti senza però farti notare, intuisci l’amore che ha nutrito e che penso nutra tutt’ora nei confronti del viaggio. Quello fisico, non quello mentale professato da nostrani personaggi che ti assicurano uno scampo al marito che ti fa le corna oppure dalla moglie che esce con il dentista, curandoti l’aura, sentendola e facendoti mangiare le insalate pronte della Bonduelle. Ecco lo spostarsi ma non solo: il camminare, lo sciare, il costruire, il distruggere, il farsi odiare ed il farsi amare, la capacità di comprensione e quindi di compassione, l’amore l’odio e tutta quella serie di elementi che costituiscono il singolo, il gruppo, la tribù, la società. Alla fine non ho parlato di pittura, ma ho elencato la figura, la persona. Mi sono sempre chiesto non per altro che cazzo di faccia avesse quel pirla che decorò le grotte di Lascaux in Francia. Ecco perché ho parlato de il Paolo, dei suoi luoghi e del suo ambiente. E’ un po’ come entrare in quel sogno di mezz’estate con davanti Marilyn, in cui le togli le mutandine, le metti nel frigo e dici: allora che cazzo facciamo?>>.
Jacopo Finazzi / Chiuduno (Bg) / Dicembre 2009

Fotografie di PAOLO FACCHINETTI

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Alle 16:18 del 1 Agosto 2014, Andrea Boldrini ha detto...

Grande maestro..!!

Alle 22:48 del 10 Giugno 2010, Maurizio Bello ha detto...
Ciao Paolo, ci si ritrova. E' un piacere.
Alle 19:06 del 5 Marzo 2010, Marco Landi ha detto...
Grazie inanzitutto dell'invito Paolo, anche quì mi fai sentire un po' meno sperduto, la tua bio è...notevole, la tua sapienza artistica anche devo dire complimenti davvero. Ma uno come me ci azzecca quì? Io professionalmente sono ebanista, mi sento molto topolino....beh vado a scrivere la mia prestigiosissima bio, ti farà impallidire.....di risate, ciao a presto
 
 
 

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